Aspettare. Valutare con attenzione. Rispondere, "se serve", ma senza isterie. Mentre si sta per abbattere la scure dei dazi americani, Giorgia Meloni riconosce che, soprattutto in alcuni settori, le tariffe che Donald Trump vuole applicare ai commerci con l'altra sponda dell'Oceano rischiano di avere "risvolti pesanti". E se non arriva a definire la scelta dell'amministrazione americana un "errore profondo" come fa in modo limpido il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ammette che "se servirà" bisognerà difendere gli interessi nazionali, ed europei, immaginando "risposte adeguate". La presidente del Consiglio parla quando negli States è ancora mattina.
La giornata, anche a Palazzo Chigi, sarà molto lunga, a soppesare tutti gli scenari in attesa che il presidente americano annunci su quali beni si inciderà per riequilibrare la bilancia commerciale tra Usa e Ue. L'occasione, per la premier, è la celebrazione di una delle eccellenze del made in Italy, quella tradizione della cucina italiana che è pure candidata all'Unesco, che certo è tra i comparti più simbolici tra quelli presi di mira.
"Resto convinta che si debba lavorare per scongiurare in tutti i modi possibili una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno né Stati Uniti né Europa", scandisce mentre quasi in contemporanea, dal Colle, filtra il pensiero del Capo dello Stato. Rivolto al presidente estone Alar Karis, Mattarella ribadisce una posizione già assunta in passato e invita l'Europa a dare una risposta "compatta, serena e determinata". Una risposta che è inevitabile, di fronte a un presidente americano che parla esplicitamente di "guerra commerciale". Che va però ben ponderata, deve essere appunto "serena", non dettata dall'impulsività. Non piace al Colle la parola "rappresaglia" ma è certo che al Quirinale si auspica una risposta adeguata e in tempi non lunghissimi. Insomma, una scelta razionale, da parte dei 27 paesi dell'Unione che devono agire in modo "compatto" dopo avere analizzato, nel dettaglio, l'impatto sui singoli settori.
Tutti ragionamenti che oramai si fanno in modo esplicito anche a Palazzo Chigi, dove per settimane si è coltivata la speranza che l'Italia potesse comunque in qualche modo essere risparmiata, anche in virtù di quei buoni rapporti vantati fin dall'insediamento di Trump. Oggi, si ragiona nella maggioranza, è diventato più chiaro che l'interlocutore è più imprevedibile di quanto si poteva immaginare inizialmente. E se il mantra dei meloniani (che a Bruxelles si sono astenuti sulla relazione sulla difesa anche perché il documento era troppo sbilanciato su posizioni anti-trumpiane) rimane quello del "dialogo" con l'alleato americano, altrettanto inevitabile appare oramai la necessità di rispondere. A livello comunitario e non con una negoziazione bilaterale come continua a insistere la Lega. Sui dazi bisogna avere "un approccio pragmatico e dialogante ma con la schiena dritta", sottolinea il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che sarà a Bruxelles dove avrà, tra l'altro, "un ulteriore incontro con il commissario al Commercio Sefcovic".
Il leader di Fi sposa in toto la linea della "saggezza" del Quirinale che, sottolinea, è la stessa del governo. Non bisogna "reagire di pancia ai dazi", anche se è chiaro che "se non si riesce con il dialogo a ottenere una situazione diversa, è ovvio che in tempi brevi ci sarà una reazione europea". Non è un mistero che nel governo si pensi che, "senza andare alle calende greche", sia meglio prendersi tutto il tempo a disposizione per negoziare. Anche perché una buona occasione potrebbe essere la visita di J.D. Vance in Italia a ridosso di Pasqua. Il vicepresidente Usa dovrebbe varcare il portone di Palazzo Chigi il 18 aprile. Ancora in tempo, sperano nell'esecutivo, prima che si arrivi alla "estrema ratio" di rispondere "ai dazi coi dazi".
Riproduzione riservata © Copyright ANSA